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Il problema delle scorte di greggio torna alla ribalta; l’oro aspetta la Cina

Pubblicato 11.05.2020, 12:49
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Scorte o domanda: chi vincerà? Finora, sembra che saranno le scorte a determinare la direzione del prezzo del greggio sul breve termine. 

L’ottimismo che la riapertura degli Stati Uniti dopo le serrate per il coronavirus farà ripartire la domanda di carburante ha spinto su i prezzi del greggio per la seconda settimana di fila. Il problema è che i rialzi del West Texas Intermediate (+25% la scorsa settimana, dopo il +17% di quella precedente, ed un totale del 100% dai minimi di dieci giorni fa) sembrano essere troppo per qualunque ripresa possa arrivare. 

WTI Crude Daily Chart

Grafico giornaliero greggio WTI

Le scorte di greggio, nel frattempo, sono aumentate con poche interruzioni. 

Circa 70 VLCC, superpetroliere, sono ferme da almeno quattro settimane in acque internazionali, secondo quanto ha ricordato Gibson ai mercati in un articolo sul blog pubblicato verso la fine della scorsa settimana. 

Potrebbe tornare la storia del contango

E questo dimostra che la “storia del contango” del greggio (in cui lo sconto del contratto con scadenza il mese dopo rispetto a quello con scadenza più imminente rende interessante conservare la materia prima) potrebbe tornare alla ribalta, suggerisce Gibson. 

Il contratto del WTI con consegna a giugno ha uno sconto di meno di 1,30 dollari rispetto a quello di luglio, mentre il rivale londinese, il Brent con consegna a luglio, costa meno di 1,10 dollari rispetto al contratto di agosto. Il contango del WTI era circa 20 volte maggiore rispetto a tre settimane fa, quando il greggio USA è sceso al suo primo prezzo negativo mai registrato vicino alla scadenza del contratto di maggio. 

Sebbene un destino simile potrebbe non toccare all’attuale contratto, l’aumento delle scorte di greggio USA comincia a spaventare qualcuno sui mercati.

28 petroliere di greggio saudita, comprese 14 VLCC che trasportano un totale di 43 milioni di barili, hanno cominciato ad arrivare nel Golfo USA e nella costa occidentale.

La flotta saudita si unirà a decine di altre petroliere che aspettano di scaricare nei porti statunitensi. 34 petroliere si trovano al largo della costa occidentale USA, cariche di circa 25 milioni di barili di greggio. Altre 31, che trasportano una quantità simile, sono in attesa di poter scaricare nella Costa del Golfo. 

Il governo Trump è sotto pressione per applicare dazi o adottare altre azioni punitive contro il greggio saudita in arrivo, per impedire che vada ad aggiungersi all’esubero USA. Ma ciò sarà difficile considerato che i sauditi hanno già cominciato a “collaborare” con il Presidente Donald Trump, accettando inizialmente il nuovo round di tagli alla produzione e poi aumentando i prezzi di vendita ufficiali in Asia nel tentativo di far salire il prezzo di mercato generale del greggio. 

 “I future del greggio sono volatili e la struttura di prezzo potrebbe cambiare drasticamente nelle prossime settimane”, avverte Gibson nella nota della scorsa settimana. “Per quanto riguarda le scorte in mare, la situazione continuerà ad evolversi”.

 E aggiunge:

 “Resta da vedere quante petroliere noleggiate a tempo di recente saranno realmente in grado di conservare le scorte per un periodo prolungato. Allo stesso modo, con il mercato spot a prezzi molto inferiori, potrebbero emergere nuove opportunità di un contango. Tenete d’occhio questo aspetto”.

Le chiusure dei pozzi rallenteranno mentre i prezzi restano alti 

Goldman Sachs ha avuto parole più minacciose per i long del greggio in una nota ai clienti di venerdì. 

 “Sebbene gli investitori siano modestamente meno negativi sulla domanda, il rialzo del Brent a quasi 30 dollari al barile e del WTI a quasi 25 dollari al barile sta alimentando i timori che potremmo stare sacrificando un aumento dei prezzi in futuro per i livelli di prezzo attuali, il che potrebbe risultare in un’inversione di rotta delle chiusure dei pozzi che potrebbe avvenire prima di quanto desiderato”.

L’agenzia di Wall Street aggiunge: 

 “E questo continua a mantenere gli specialisti sconcertati, soprattutto per quanto riguarda compagnie con bilanci più deboli, comprese quelle che potrebbero essere riparate dai prezzi più bassi nel 2020”.

E tutto questo indica che potrebbe essere scattato il timer sul rally del greggio.

 “Quello a cui stiamo assistendo ora è il depistaggio prima di un’altra impennata dei volumi di greggio con le scorte spinte alla capacità massima ed i prezzi del greggio a nuovi minimi”, si legge in un tweet del weekend di Art Berman, che ha quasi 22.000 follower su Twitter, perlopiù esperti del settore del greggio e del gas. 

Berman, geologo del petrolio diventato analista degli investimenti, con oltre 35 anni di esperienza, si è specializzato nello studio del confronto delle scorte della materia prima. Secondo lui, l’attuale ripresa “ricorda il falso rally del prezzo del greggio del marzo-giugno 2015, prima che i mercati accettassero il fatto che le cose non sarebbero tornate come prima”. 

Cinque rally del greggio negli ultimi due anni sono falliti

Berman elenca cinque grandi rally dalla metà del 2018 ad oggi che si sono prematuramente esauriti: 1. Esenzioni sulle esportazioni iraniane nell’ottobre 2018; 2. Attacchi alle navi nel Golfo nell’aprile 2019; 3. Estensioni dei tagli OPEC+ nel luglio 2019; 4. Attacco alle raffinerie saudite nel settembre 2019; 5. Estensione OPEC+, accordo commerciale Cina-USA ed assassinio Qassem Soleimani.

 “Quali sono le probabilità di un rally numero 6?” Si chiede, prevedendo la possibilità che il greggio USA corra verso la metà del livello di 30 dollari per poi essere “seguito da prezzi inferiori a 20 dollari”. 

Questo non significa che i prezzi del greggio non vedranno un’altra impennata se il rally attuale dovesse spegnersi. Il brusco calo del numero degli impianti USA e la prevista chiusura dei pozzi implicano che il maggiore squilibrio tra offerta e domanda probabilmente sarà lasciato alle spalle ad un certo punto, come suggerisce Morgan Stanley (NYSE:MS). Ma questo in futuro. Il problema del mercato, però, è “adesso”. Gli aumenti delle scorte sono ancora troppo grandi rispetto alle perdite di produzione e questo ad un certo punto farà finire la capacità di immagazzinamento. Uccidendo a breve l’attuale rally.

Gli aumenti di greggio rallentano, ma anche l’economia USA sta peggiorando 

Sebbene gli aumenti siano rallentati a Cushing, Oklahoma, il centro di consegna dei contratti del greggio USA West Texas Intermediate in scadenza, all’impianto mancano circa 11 milioni di barili per essere pieno. E la maggior parte dello spazio a Cushing è già stato affittato, secondo alcune fonti.

L’economia statunitense, intanto, continua a perdere sia posti di lavoro che crescita.

Il Dipartimento per il Lavoro ha reso noto che altri 3,17 milioni di americani hanno perso il lavoro nella settimana terminata il 2 maggio, portando ad oltre 33 milioni il numero di coloro che sono stati licenziati da quando la pandemia è arrivata negli Stati Uniti. 

L’economia statunitense, trainata dai consumatori, si è ridotta del 4,8% nel primo trimestre. Sebbene si sia trattato del peggior calo in un trimestre dalla crisi finanziaria del 2008/09, gli economisti prevedono che il trimestre in corso sarà peggiore, in quanto l’economia, ormai quasi del tutto riaperta, difficilmente darà segni di ripresa prima del periodo luglio/settembre.

Il rialzo dell’oro potrebbe dipendere dalla Cina 

Sul fronte dei metalli preziosi, l’oro probabilmente resterà ben al di sotto dei 1.750 dollari, a meno che, ovviamente, Trump non decida di rompere con la Cina sul commercio accusando Pechino dei morti negli USA per il virus.

Gold Futures Weekly Chart

Grafico settimanale future dell’oro

Le tensioni commerciali USA-Cina sembrano destinate a continuare a peggiorare dopo che Trump ha riferito a Fox News Channel venerdì di essere “combattuto” circa l’eventualità di mettere fine o meno alla Fase Uno dell’accordo commerciale con Pechino. Il governo Trump sta valutando azioni punitive contro la Cina per la gestione della diffusione del coronavirus, compresi possibili dazi e lo spostamento delle filiere di produzione da quello che è il principale fornitore degli USA per praticamente qualunque cosa. 

 “Sarebbe estremamente destabilizzante se il presidente dovesse tirarsi fuori dall’accordo senza dare ai cinesi la possibilità di tener fede ai propri impegni”, afferma Craig Allen, presidente del Business Council USA-Cina.

Trump ha affermato che metterà fine all’accordo commerciale se la Cina non dovesse rispettare gli impegni di acquisto. Mercoledì ha spiegato che saprà nel giro di una settimana o due se sarà possibile.

Jeffrey Halley, analista senior dei mercati della OANDA di New York, ha affermato che una mossa decisiva anti-Cina da parte di Trump potrebbe essere la molla necessaria per far scattare un’impennata dell’oro come asset rifugio, che deve ancora stabilire una direzione chiara a maggio.

 “L’oro resta ancorato a metà del range di 1650-1750 dollari l’oncia. Fino a quando non infrangerà nettamente uno dei due limiti, continuerà ad occupare i posti economici nel teatro dei mercati finanziari”, afferma Halley. 

Nota: Barani Krishnan non possiede e non ha una posizione su nessuna delle materie prime o asset di cui scrive.

 

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