- Mentre andiamo verso il nuovo anno, l’ottimismo per il picco dell’inflazione è l’unica cosa che mi viene in mente per limitare i rischi di ribasso per l’azionario
- Tuttavia, almeno in parte questa storia del picco dell’inflazione è già messa in conto
- Abbiamo bisogno di vedere una forte ripresa economica per spingere ricavi e profitti delle compagnie
Quando mi sono messo a scrivere questo articolo, mi sono chiesto se non fosse il caso di presentare una tesi equilibrata per stabilire se il 2023 sarà un anno bullish o bearish per l’azionario. Ma poi mi sono detto: “Che senso avrebbe?”
Forse sarebbe più importante presentare i molti rischi e le (poche) opportunità che si profilano sul breve e medio termine.
Nel complesso, credo che questo macro contesto non sia uno che si assocerebbe ad un’eccessiva propensione al rischio. Le prospettive economiche non cambieranno nel giro di una notte, il che significa che molti dei problemi che stiamo affrontando ora potrebbero accompagnarci anche nel 2023.
E, dopo una forte ripresa iniziata ad ottobre, molto dell’ottimismo circa una svolta della Fed verso una posizione meno aggressiva ormai è stato messo in conto. Quindi, ammetto che i rischi sono inclinati al ribasso per l’azionario nel 2023.
Ma ciò non significa che i mercati continueranno a scendere.
Nel 2023, ci sarà parecchia volatilità, anche se il trend generale probabilmente sarà inferiore, almeno nel primo semestre.
Successivamente, è molto difficile dire cosa potrebbe succedere. Dipenderà dalla situazione dei consumi e dall’inflazione in quel momento, nonché da altri fattori chiave che potrebbero influenzare pesantemente il sentiment, compresa (ma non solo) la possibilità che la Fed cominci ad abbassare i tassi di interesse.
Per la maggior parte del 2022, l’impennata dell’inflazione è stata responsabile della debolezza dei titoli azionari, soprattutto del settore tech, nonché delle cripto.
Un’inflazione alta ha significato che la gente aveva meno entrate disponibili da investire. Ha significato anche che la Fed ed altre banche centrali hanno dovuto alzare i tassi di interesse in modo netto, riducendo ulteriormente il potere d’acquisto dei consumatori e aumentando i costi di previsto per aziende e governi.
Infine, ha implicato che i rendimenti dei bond governativi sono schizzati, riducendo l’appeal di asset con un dividendo/rendimento basso o nullo. Ma, quando l’inflazione USA ha cominciato a scendere, gli investitori hanno rapidamente invertito i trade, favorendo azionario, metalli e valute estere rispetto al dollaro.
Mentre andiamo verso il nuovo anno, l’ottimismo per il picco dell’inflazione è l’unica cosa che mi viene in mente per limitare i rischi di ribasso per l’azionario o per supportarlo. Potrebbero esserci periodi in cui i mercati salgono per un po’.
Tuttavia, almeno parte di questa storia del picco dell’inflazione è già stata messa in conto, dopo che i mercati sono schizzati dai minimi di ottobre.
Perché gli investitori continuino ad ammassarsi sull’azionario, avremo bisogno di vedere una forte ripresa economica che spinga ricavi e profitti delle compagnie. Questo sembra improbabile, in quanto i prezzi difficilmente scenderanno ai livelli a cui si trovavano in precedenza (anche se il tasso di inflazione dovrebbe scendere, soprattutto per gli effetti base e per la minore attività economica).
Le banche centrali manterranno le politiche monetarie restrittive, e i governi, avendo già speso vaste quantità di denaro preso in prestito durante la pandemia, non avranno intenzione di spendere soldi. C’è l’ulteriore rischio che vedremo un attivo inasprimento quantitativo, con la Fed ed altre importanti banche centrali che cercano di ridurre i loro enormi bilanci. La Fed ha già segnalato che alzerà ancora i tassi e che la politica di contrazione resterà in vigore per un bel po’.
In altre parole, ci sono numerosi rischi per gli investitori. In Europa, indici come il DAX restano a rischio. Sembra che la BCE non abbia ancora finito con l’inasprimento, dopo che Christine Lagarde ha avvertito che ci saranno aumenti da 50 punti base ancora per un po’.
La combinazione di una minore attività economica e di inflazione alta significa che ci saranno parecchi motivi per gli orsi per vendere sulla forza piuttosto che per i tori per comprare sulla debolezza.
In Giappone, il Nikkei, supportato tutti questi anni dalla politica super-allentata della Banca del Giappone, potrebbe essere quello da seguire per una forte inversione. Per non restare fuori stavolta, la BoJ ha modificato leggermente la sua politica sulla curva del rendimento con una mossa che i mercati hanno interpretato come l’inizio della fine della sua politica monetaria straordinariamente allentata.
Nota: L’autore non possiede nessuno degli asset menzionati nell’articolo.