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La doccia fredda

Pubblicato 18.04.2024, 08:55
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«Chi non da tutto, non da niente» (Helenio Herrera)


La doccia fredda. Le parole di Jerome Powell sulla politica monetaria consolidano le preoccupazioni degli operatori sulla possibilità di una correzione dei mercati. Wall Street in particolare non riesce ad interrompere la serie di sedute in perdita (sono diventate tre dall’inizio del mese). Dopo un primo trimestre record, i listini hanno cambiato umore a causa dell’inflazione statunitense, più tenace del previsto. Il mercato è sempre più convinto che la Fed rinvierà il taglio dei tassi, da quasi 1 anno al 5,25-5,5% e sui massimi da oltre 20 anni, da giugno alla fine dell’estate se non addirittura dopo le elezioni presidenziali. Situazione diversa in Europa, che dovrebbe tagliare i tassi già a giugno. Gli ultimi dati sull’inflazione nell’Eurozona (+2,6% il dato di marzo, in linea con le attese) consolidano questa aspettativa. Il disallineamento tra le due politiche monetarie ha come conseguenza il rafforzamento del dollaro, con ricadute positive per l’economia europea, in particolare quella italiana che questa settimana ha inoltre festeggiato il Made in Italy che nel 2023 ha toccato quota €420 miliardi di esportazioni. Il probabile ritardo nell’inversione della politica monetaria negli Usa ha spinto anche il rendimento del Treasury decennale, che rimane sopra il 4,6%, livello che rende molto attraente l’investimento obbligazionario. Infine il petrolio, che resta in balia delle tensioni geopolitiche. Per il momento la reazione di Israele all’attacco dell’Iran è impostata alla moderazione e così la quotazione del Brent (il contratto future sul greggio più diffuso al mondo) rimane sotto la soglia di $90 allontanando la prospettiva di una recrudescenza dell’inflazione.


L’Italia perde lo scudo?


I titoli di Stato italiano vanno a ruba sia sul mercato all’ingrosso che retail. Un interesse legato all’alto rendimento offerto, rispetto a un rischio di default praticamente nullo nonostante un rapporto tra debito e Pil tra i più alti del mondo. Secondo il World Economic Outlook, il Fondo monetario internazionale ha infatti previsto che il debito italiano continuerà a salire fino al 2029 arrivando al 144,9% dal 137,3% dello scorso anno. Ma da cosa dipende questa serenità? Dal 2022 i nostri titoli di Stato beneficiano dell’effetto Tpi, "Transmission Protection Instrument" noto anche come "scudo anti-spread", programma in base al quale la Bce si impegna ad acquistare titoli di un determinato Paese se questo finirà sotto l'attacco dei mercati. Uno strumento mai entrato in funzione, in quanto la sola esistenza è sinora servita a incoraggiare gli investitori a comprare titoli italiani senza preoccupazioni per le fragili finanze. Ma qualcosa potrebbe cambiare. A inizio aprile il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, ha definito "scontata" l'apertura di una procedura per deficit eccessivo nei confronti dell'Italia da parte della Commissione Europea a causa del deficit oltre la soglia del 3%. Dichiarazioni che hanno fatto accendere un campanello di allarme nelle sale operative, dal momento che una delle condizioni previste dalla Bce per poter attivare il Tpi è che il Paese che ne ha bisogno non sia destinatario di una procedura per deficit eccessivo. La presidente Bce Christine Lagarde, ad una domanda sul Tpi durante la conferenza stampa successiva al meeting della scorsa settimana, ha risposto che essere in procedura per deficit eccessivo è una delle "alternative" che verranno prese in considerazione nel processo per decidere se un Paese possa o no usufruire di questo strumento. Non una conferma ma il dubbio inizia a insinuarsi tra i desk di tutto il mondo. Tutto questo a poche settimane dall'avvio della raccolta di una nuova tranche del BTP Valore.


Trend is not your friend


Anziché cercare di anticipare le mosse delle banche centrali, meglio puntare su temi di investimento di lungo termine. Questa la strategia messa in evidenza dal Team Quantitative Equity Product di Schroders (LON:SDR) che ha individuato sette temi chiave per il 2024: recessione evitata, investimenti di lungo termine, Magnifici Sette, settore Tech, dispersione delle valutazioni, geopolitica ed elezioni, perdita di slancio del tema ESG. In particolare gli esperti sottolineano l’importanza delle valutazioni: l’S&P500 ha iniziato il 2024 a circa 21 volte gli utili futuri (P/E), con un premio quasi il 20% sopra la mediana di 15 anni. Utilizzando invece il Cyclically Adjusted Price Earnings (CAPE), il rapporto prezzo/utili sale a 31 volte, superiore del 22% rispetto alla media post-1990, facendo ipotizzare che i rendimenti azionari futuri saranno inferiori ad oggi. Scenario leggermente diverso per le azioni di altri Paesi, perché il CAPE medio nel resto del mondo viaggia a 15 volte ed è leggermente scontato rispetto alla storia recente. Schroeders conclude sostenendo che l’elevata dispersione delle valutazioni apre a svariate opportunità con un notevole potenziale per il mercato azionario. Tra le più interessanti il ritorno della qualità e i titoli difensivi, l’attrattiva delle small cap (in Italia focus sull’Euronext Growth Milan), gli investimenti value, con titoli di alta qualità a prezzi ragionevoli, e i Mercati Emergenti. Non a caso da aprile gli indici azionari cinesi sono i migliori al mondo

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