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S&P500: ecco il vero rischio nel 2024 per i mercati!

Pubblicato 23.02.2024, 09:56
Aggiornato 09.07.2023, 12:32

Nello scorso inverno è stato ampiamente sostenuto dai maggiori economisti che la resilienza dell’economia statunitense nel 2023 fosse dovuta in gran parte al basso tasso di disoccupazione e all’eccesso di risparmio accumulato durante la pandemia. Poiché tali risparmi sono oggi visti in forte diminuzione e poiché l’inflazione e i tassi di interesse persistono in maniera consistente, è lecito pensare che i consumatori più deboli possano innescare un rallentamento della crescita.

Tale scenario non si è ancora verificato: molti economisti ora pensano che l’eccesso di risparmio potrebbe durare fino al 2024, con i sondaggi sulla fiducia dei consumatori e le vendite al dettaglio negli Stati Uniti che mostrano numeri importanti, con la crescita del PIL statunitense molto superiore alle stime di consenso.

Ma i dati sull’inflazione della scorsa settimana, più “caldi” del previsto, e le loro implicazioni sui tassi di interesse, potrebbero costituire un primo shock per questa resilienza. Se i prezzi continueranno a salire oltre l’obiettivo più volte dichiarato dalle Banche Centrali e i tassi rimarranno più alti più a lungo, i consumatori statunitensi potrebbero non riuscire a sostenere questo circolo vizioso.

Segnali di stress sono già presenti: l’ultimo rapporto trimestrale sul debito e credito delle famiglie stilato dalla FED di New York, pubblicato due settimane fa, mostra un aumento delle insolvenze nel credito al consumo. Sebbene le insolvenze sui mutui rimangano basse, durante il quarto trimestre del 2023, circa l’8,5% dei saldi delle carte di credito e il 7,7% dei prestiti auto sono passati allo stato di insolvenza (percentuali su base annua).
Tali dati, considerato il tessuto sociale americano, ci indicano informazioni molto interessanti: in generale, i mutui sono concessi a persone con redditi medi e alti; le carte di credito e i prestiti auto invece sono concessi anche a chi ha redditi più bassi.

Una divergenza simile si osserva anche nei sondaggi sulla fiducia dei consumatori. Il sentiment in generale è in miglioramento da un anno e mezzo. L’indagine dell’Università del Michigan, tuttavia, disaggrega il sentiment in base al livello di reddito e suggerisce che dalla metà del 2023 è progredito per le vendite al dettaglio di beni e servizi di fascia alta, mentre risultati più “deboli” si sono manifestati per i beni di prima necessità, come ulteriore prova della stessa divergenza.
Potrebbe esserci ancora un surplus di risparmi, ma solo tra coloro che hanno redditi medi e alti.

Cosa potrebbe far sì che questa evidente mancanza di potere di spesa e il debole sentiment nella fascia di reddito più bassa si diffondano ai redditi medi e minaccino l’economia in generale?
Sicuramente un’inflazione in ripresa o addirittura persistente, il che rende degni di nota i dati sull’inflazione statunitense della scorsa settimana per gennaio.
I numeri principali sono stati deludenti rispetto alle previsioni di consensus. Inoltre, degno di nota è stato l’aumento inaspettatamente grande dei costi degli affitti e in particolare della cosiddetta inflazione “supercore” nei servizi primari, esclusi gli affitti, che hanno registrato il più grande aumento mensile in quasi due anni.

E’ questo un avvertimento rilevante per il consumatore da medio reddito?
Difficile dire ad oggi se anche i redditi medi avvertiranno la crisi, ma se ciò accadrà, il rallentamento economico sarà inevitabile.
Entrando nel vivo dei dati pubblicati, non si può non considerare su di essi l’impatto della stagionalità: gli aumenti mese su mese dell’indice inflattivo tendono ad essere più elevati all’inizio dell’anno. Statisticamente gennaio è il momento dell’anno con più rinnovi di contratti assicurativi, con l’assicurazione automobilistica e sanitaria fattori principe dell’inflazione “supercore” di gennaio. Di conseguenza la lettura dell’indice potrebbe essere sfalsata anche per questo motivo, così come per l’impatto dell’indice OER, rappresentato da un sondaggio fatto ai proprietari di immobili ai quali viene chiesto quale sarebbe l’affitto da pagare se non avessero la proprietà dell’immobile. Ma come già detto, l’OER è solo un sondaggio per definire la stima del costo potenziale di affitto che nella realtà nessuno paga.

In definitiva, l’inflazione dei beni non discrezionali ovvero essenziali, che il consumatore a reddito medio può già permettersi, potrebbe non essere così rilevante come suggeriscono i dati di gennaio. Se ciò dovesse trovare conferma nei prossimi mesi e nel resto dell’anno, i consumatori dovrebbero continuare a potersi permettere acquisti essenziali e di conseguenza non incrementare incagli creditizi.

È qui tuttavia che risiede il rischio principale per il 2024, che anche se poco probabile è decisamente pericoloso.
Se dovesse esserci una sostenuta riaccelerazione dell’inflazione o una prolungata permanenza dei tassi ai livelli attuali, giungerebbero segnali di debolezza nel commercio al dettaglio non discrezionale e/o ulteriore stress nei rimborsi dei mutui.
Tale scenario indicherebbe che il “no landing” è eccessivamente ottimistico, o che un atterraggio morbido sarà poco praticabile.
Non sono le guerre a spaventare i mercati, ma il debito e la riduzione dei consumi!

Buon Investing!

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