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Febbre da Opa, sempre più società lasciano Piazza Affari

Pubblicato 31.05.2021, 14:54
© Reuters.
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Di Alessandro Albano 

Investing.com - Con le ultime operazioni lanciate su Cattolica (MI:CASS) e Retelit (MI:LIT), sono sempre di più le società di Piazza Affari soggette ad offerte finalizzate al delisting.

Un’offerta pubblica d’acquisto, tuttavia, non è necessariamente negativa. Ma nell’ultimo anno, promuovere offerte al fine di assumere il controllo di una società e portarle fuori dalla sfera pubblica del mercato è diventato un trend sempre più crescente.

Prima della società assicurativa veronese, solo nei primi tre mesi 2021, sono arrivate le offerte totalitaria di Gavio e Ardian su Astm (MI:ATMI), la recentissima su Carraro (MI:CARRA) lanciata da Fly srl, e l’ultima lanciata da Finpanaria sulla società delle ceramiche di lusso Panariagroup (MI:PAGR), in Borsa da fine 2004. 

Non dimentichiamo poi la scalata sul Creval (MI:PCVI) da parte di Credit Agricole (PA:CAGR), e il delisting della storica IMA (MI:IMAI) (fondata nel 1961 e in Borsa da 25 anni) dopo l'Opa della famiglia Vacchi. Nell'ultimo anno, sono state più di 10 le offerte protagoniste della piazza milanese e, forse, è arrivato il momento di fare una riflessione. 

Consob fa luce sul problema

Nello studio “Discussion Paper”, Consob evidenzia come le offerte italiane siano per la maggior parte finalizzate a ritirare la società dalla quotazione piuttosto che a realizzare un passaggio di controllo. La ricerca prende in esame 231 operazioni, ed in particolare le 174 offerte pubbliche di acquisto, volontarie e obbligatorie, sulle equities milanesi.

Di queste, l’Opa “ostile” (cioè finalizzata ad acquisire il controllo di un’azienda quotata contro la volontà del management e degli azionisti) della società-bersaglio, si presenta solo in dieci casi. Ma oltre il 60% delle operazioni hanno previsto l’ipotesi del delisting, con un trend crescente dell’incidenza dell’uscita dal listino, passato negli ultimi cinque anni dal 50% al 90%.

L'authority finanziaria rileva, inoltre, la “rinuncia dei principi fondanti” dell’offerta pubblica, cioè “garantire la contendibilità delle imprese, migliorare l’efficenza del sistema finanziario”, e assicurare la “parità di trattamento durante i passaggi di mano delle società”.

Preoccupa, ancora, non solo l’alto numero di fuoriuscite da Piazza Affari (per altro ultima nella classifica europea per capitalizzazione di mercato rispetto al Pil), ma anche l’entità delle stesse società che andranno ad indebolire la piazza milanese, molte delle quali ben radicate nel territorio italiano. 

Secondo il wealth advisor e partner di Norisk Scf Stefano Sanna, lo scopo delle recenti offerte è "molto diverso da quello che era stato inizialmente pensato per la disciplina dell'OPA", che "avrebbe dovuto riguardare la contesa del controllo di aziende "bersaglio" di scalate, anche contro la volontà del management e/o degli azionisti principali".

"Questo fuggi fuggi da Piazza Affari ci obbliga a fare una riflessione su Borsa Italiana, che da parte di molti investitori viene sempre percepita come il "parco privato" di poche famiglie imprenditoriali italiane e della politica, più che una Borsa valori aperta e in grado di far confluire investimenti, anche da parte straniera".

"Rispetto alle altre principali Borse valori europee - afferma l'esperto - Piazza Affari rimane sottodimensionata se proporzionata all'importanza dell'economia italiana, e  allo stesso tempo ne riflette alcuni importanti limiti".

Ad esempio, sottolinea il partner della società di consulenza, le valutazioni e "i premi a sconto" riflettono "in buona parte la debole crescita economica italiana rispetto a quella degli altri Paesi europei e, ancor di più, degli USA".

Vale anche la pena sottolineare, avverte Sanna, come la quotazione "non sia una sfida indifferente", mentre "la sensazione è che in alcuni casi diverse matricole siano arrivate impreparate a questo debutto".

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